L’era del Gavagnin
Il periodo che va da ‘65 al ‘97, vede il consolidarsi del gioco in città e provincia. Anni di sfide con i mostri sacri Nettuno, Rimini, Grosseto e Parma. Sono gli anni del grande sogno, dello scudetto sfiorato, del fiorire di campioni.
Un sogno sfumato, una profonda regressione per una successiva rinascita.
Se i primi tre lustri dal ‘49 al ‘64 – che abbiamo raccontato nella prima parte, sono stati gli anni ruggenti e pionieristici del baseball veronese – quelli dei prati e del Boschetto, delle divise cucite dalle mogli e dei guantoni “sfilati” agli americani; quelli delle trasferte picaresche e dei primi talenti in azzurro; quelli dei mitici reportage del collega E.P. Costamagna e del dualismo Bentegodi e Libertas – il periodo che va dalla metà degli anni Sessanta sino alla fine degli anni ‘90 è segnato dal consolidarsi e dal diffondersi del gioco nella città e nella provincia. Non più sport di confine, il baseball matura in riva all’Adige e conquista i paesi del territorio. Sorge il tempio sportivo del Gavagnin e Verona entra nell’Olimpo del batti e corri nazionale, inaugurando anni di sfide con i mostri sacri di Nettuno, Rimini, Grosseto e Parma. Sono gli anni del grande sogno, dello scudetto sfiorato, dei budget sontuosi, del fiorire di campioni. La linea del baseball scaligero è però quella della parabola discendente, fino alla profonda regressione delle ultime stagioni del secolo, per trovare poi nuova linfa nella passione della ”vecchia guardia” che consentirà un grande recupero all’inizio degli anni 2000, di cui racconteremo nella 3a parte. Questo arcobaleno lo dividiamo in tre momenti, in tre tappe che consentono meglio di cavalcarlo e conoscerlo.

1965 – 1979: anni di B nel tempio del Gavagnin. Il baseball delle periferie e dei paesi.
Come dieci anni prima – con lo scioglimento della Bentegodi -, anche a metà degli anni Sessanta il baseball veronese deve rinascere da una sparizione: dopo che si era coperta di onore in serie A, svanisce la Libertas Bencini. La fine della gloriosa Libertas chiude l’epoca dei pionieri ed apre emblematicamente quella moderna.
Nel momento difficile le forze che rimangono si uniscono, nel 1966 divengono una sola squadra, la dinamica Banda Bassotti, fondata nel ‘56 e rinata nel Quartiere Stadio per merito di una pietra miliare del baseball veronese, Enrico Cavallo, ed il Verona Baseball Club, che aveva avuto i suoi natali nel ‘61. La formazione, il cui logo bianco rosso e blu è un ragazzino emulo dei rivali di Topolino che brandisce una mazza grossa come una clava, milita in serie B (l’odierna A2) con onesti risultati. L’anno dopo arriva la Prora di Chiampan a dare spessore alle ambizioni scaligere: la squadra si rafforza, diventa testimonial di un concorso fotografico nazionale sul baseball bandito dallo sponsor e culla sogni di gloria.
La rosa, d’altronde, allinea alcuni atleti formidabili. All’ombra dell’esperienza di atleti quali Umberto Panarotto, Gianni Anastasi, Mario e Claudio Gaglio, dell’ottimo americano Gaines (che l’anno dopo finirà, purtroppo, in Vietnam) e dal grande pitcher Riccardo Rimini (che proprio nel ‘67 vincerà la” palla d’argento” come miglior lanciatore della serie B), crescono i giovani talenti di Manzotti e Ronconi, ma soprattutto brilla la luce di Federico “Chicco” Corradini. Vale a dire di colui che probabilmente è stato il più grande campione veronese di baseball.

1967 – Prora In piedi: Rimini, Anastasi G., Corradini, Albertosi, Rigobello, Ricci, Dellai, Feltrinelli, Rizzati, Ambrosi F., Ambrosi C. (Presidente) – Accosciati: Manzotti, Tabarin, Panarotto U., Benini, Risi, Gallio M., Losa, Sig. Porta
Cresciuto in gialloblu, passato nel ‘69 all’Unipol Montenegro Bologna, Corradini esplode nei primi anni Settanta, vincendo tre scudetti con Bologna (nel ‘69, nel ‘72 e nel ‘74) ed imponendosi come il miglior lanciatore italiano. Più volte in nazionale, questo fortissimo mancino dai lanci imprendibili, già nel ‘72 vince la classifica degli strike out, con la bellezza di 214 eliminazioni al piatto. L’anno della consacrazione è, però, il 1974, Corradini – con la percentuale di 1.76 – è primo nella classifica della MPGL (della Media Punti Guadagnati sul Lanciatore, è primo nella classifica degli strike out ed è primo anche per il numero di vittorie (19) conquistate nella stagione. Primo, insomma, in tutte le classi che che riguardano i lanciatori; incoronato re del “monte” italiano.
Torniamo a Verona. Nonostante la qualità della rosa, la strada è sempre un po› accidentata. Nel 68 la Prora molla e l’anno dopo i Bassotti se ne tornano per conto loro ripartendo dalla serie C.

Il bozzetto originale dell stemma del ProraVeronaBaseballClub del1967
A guidarli è Gian Paolo Bigarello, rientrato dal Cus Genova, che, in quegli anni diviene uno dei tecnici più affermati in Italia: giunge, infatti, a guidare la Nazionale Giovanile e darà giustamente spazio anche a diverse promesse scaligere, a cominciare da Giuseppe Ronconi.
A partire dagli anni ‘70, comunque, il baseball Veronese giostrerà più o meno sempre all’altezza della serie B (l’odierna A2), rafforzando la sua identità di piazza di discreto livello.
Nel panorama della storia agonistica di questo periodo spicca, fra gli altri, l’anno 1972. Una stagione memorabile, assieme, per bellezza e delusione. Verona – divenuta nel frattempo C.U.S. (Centro Universitario Sportivo) – gioca un grande campionato cadetto guidata alla sua prima apparizione come manager, da Luciano Risi, che sarà negli a venire il punto di riferimento tecnico del Baseball veneto. I suoi giocatori sono ai primi posti delle classifiche individuali, batte due volte il fortissimo Rimini, ma, beffata da due sconfitte contro l’Alpina Trieste e l’Edipem Roma, perde la promozione nella massima serie, bruciata sul filo di lana proprio da Roma e da quel Rimini cosi nettamente superato.
Giancarlo Manzotti, con 381/1000 di media, conquista la “mazza d’argento”, vale a dire il trofeo di miglior battitore dalla serie B, ed è il miglior terza base d’Italia, ma anche Dal Fiume, Rigobello, D’Aniello, Casarotti, Benini e U. Panarotto sono al vertice degli score difensivi nazionali. E non vanno dimenticate le performances sul monte di lancio del longevo talento di Riccardo Rimini e del giovane Giuseppe Ronconi. E anzi proprio Ronconi sarà il primo giocatore ceduto per denaro del Verona, quello stesso anno passa a Bologna per la cifra di un milione e duecentomila lire. Per compensare la sua assenza, l’anno dopo, viene deciso il primo acquisto della società scaligera: viene infatti acquistato un lanciatore dal Padova, quel giovane “Bobo Tommasin” che nel 2013, in qualità di Presidente, porterà il Padova di serie A2 a vincere il campionato.
Il 1971 è un anno importante anche per un altro avvenimento: la costruzione e l’utilizzo del nuovo diamante intitolato a Mario Gavagnin. Le misure (98-191-98), le gradinate ed il magnifico manto erboso lo rendono uno degli impianti più belli e prestigiosi d’Italia. Verona ha il suo tempio del baseball e, come vedremo, a diciassette anni di distanza incasserà il suo credito verso il movimento nazionale per questo sforzo.

Nelle annate successive il baseball veronese si irrobustisce per la fusione con il Mai Gomme di Amedeo Braggio e nel ‘78 aggancia anche la serie A, anche se la presenza di un girone di Eccellenza la equipara ad una categoria cadetta. Nella squadra, oltre a Ronconi e Manzotti, spiccano, per vari motivi, almeno altri tre atleti, quali Paolo Michelazzo, Charly Casarotti e Gabriele Lonardi. Michelazzo è stato, nel 1974, il primo fuoricampista veronese del Gavagnin mentre Lonardi si distingue per un gesto extra-sportivo: con una bella carriera davanti, lascia tutto e va a fare il medico volontario ed il direttore sanitario in Brasile, dove non c’erano campi da baseball ma un sacco di gente da aiutare.
Questo primo e ricco periodo dell’era moderna del baseball scaligero va segnalato, infine, per un altro fenomeno: quello della diffusione, a macchia d’olio, nel territorio veronese. Già alla fine degli anni Sessanta la passione della pallina americana aveva contagiato i quartieri e le periferie cittadine. Non c’era rione che non avesse una squadra; anche se spesso il diamante era un pezzo di prato o di campetto da calcio, la mazza unica e preziosa e la pallina spesso da tennis. Se nelle cantine e nei garage spuntavano complessini “beat”, sui campetti si rincorrevano le basi. Qualche squadra lascia anche un segno più profondo, come la Fiamma (poi Jolly ed infine Black Feet di Adelino Mazzi) al Porto San Pancrazio, o gli Scoiattoli a Borgo Trento, o il Parona, che parteciperà ai campionati di C e D. Ed entro la metà degli anni Settanta il baseball conquista anche la provincia. San Martino Buon Albergo, dove ha seminato il professor Amedeo Braggio, nel futuro diventerà una solida realtà e la più ricca fucina di talenti, ma squadre nascono anche a Lazise, Pastrengo e perfino a San Giovanni Ilarione, oltre alle più concrete realtà di Villafranca e San Bonifacio nate per l’impegno degli insegnanti di educazione fisica professori Bissa e Ferrari; un discorso a parte merita lo straordinario percorso nel Softball a Bussolengo1. Il baseball veronese negli anni Novanta sfiorerà lo scudetto, ma non conoscerà più una fioritura spontanea ricca e bella come questa.

1972 – Fiamma In piedi: Castagnini M., Tonini, Fresno, Spranzi, **, De Marchi, Gaglio M. Inginocchiati: Dellai, Zoppi, Bagattini, Vella, Gaspari.

