Memorabili Ricordi

Un invito a tutti noi: scriviamo usando la capacità del bel ricordo…..

28 Luglio 1964 – Convocazione F.I.P.B.

Correva l’anno 1964 ed io non avevo ancora compiuto 17 anni. Era Luglio e mi sono visto recapitare dal postino una lettera del CONI sezione “Federazione Italiana Palla Base”. L’aprii e vidi che era indirizzata a me  e ad altri quattro giovani lanciatori che in quell’anno avevano disputato il campionato di serie C ed erano coloro che avevano ottenuto più strike aut nel campionato. Naturalmente detta lettera era indirizzata in copia anche alle rispettive Società degli atleti oltre, naturalmente, ai vari dirigenti del Baseball Compreso il grande Luigi Cameroni.
Leggendo ho capito che ero stato invitato ad un allenamento in Germania, dal 16 al 27 agosto 1964 con la nazionale di baseball. In quel momento incominciò a battermi forte il cuore, mi tremavano le mani e ne parlai subito con i miei genitori i quali erano entusiasti di questa convocazione. Il problema ero io, a quell’epoca ero molto timido e cominciai a pensare a quante cose c’erano da fare. Dovevo andare a Milano e trovarmi in albergo con tutti i “mostri” sacri del baseball, da Glorioso a Cameroni a Paschetto, Carminati e tutti gli altri, al solo pensiero mi tremavano anche le gambe. Contattai il mio allenatore che mi confermò di aver ricevuto la lettera in copia e che immediatamente mi spronò a partire. Io, che non mi ero mai mosso da Verona, il pensiero di andare a Milano mi spaventava. Ne ho parlato con gli amici più cari e uno di loro mi disse, “ti accompagniamo noi” Livio e Luciano. Luciano aveva una zia che viveva a Milano e dopo averla contattata mi ha detto che era disponibile ad ospitarci. Io avevo appuntamento in albergo con gli altri giocatori alle ore 9.00 del mattino e così avrei potuto riposarmi in casa della zia e all’indomani presentarmi al raduno. 
Tutto filò liscio fino a qualche momento prima di entrare in albergo perchè, dopo aver salutato e miei amici, dall’emozione vomitai la colazione. Non sapevo più cosa fare, se entrare o tornare indietro. Alla fine mi sono ricomposto e preso il coraggio a quattro mani sono entrato nella hall e mi sono ritrovato in mezzo a tutti i più grandi giocatori di baseball del momento. Dopo un primo timido sorriso, mi sono presentato ed ho cominciato un pò a sciogliermi.
L’esperienza è stata meravigliosa in quanto, oltre che allenarci, (si andava a giocare nelle basi americane di stanza in Germania) durante le partite, ero nel box della nazionale in mezzo a loro. Io pesavo all’incirca 50 kg e vedermi vicino a questi “colossi” mi intimidiva, ma mi piaceva. Cercavo di carpire qualche segreto dai lanciatori ed è stato proprio l’allenatore della nazionale (era americano ma non ricordo il nome) che vedendomi lanciare in allenamento mi corresse la posizione, in pratica, mi insegnò ad andare giù di spalla. I primi lanci che ho fatto finivano tutti un metro prima di casa base poi, piano piano, mi sono corretto e alla fine i lanci erano buoni e mi era aumentata anche la potenza, quella che poteva avere un ragazzino di 50 chili.
Eravamo ospiti nella base USA di Rhein/Main. Nella mensa c’erano dei contenitori di latte che tramite un rubinetto potevi berne quanto ne volevi. Era buonissimo, non ho mai più bevuto tanto latte in vita mia e senza conseguenze.
Tale esperienza mi è poi servita, come lanciatore, nella finale che giocammo a settembre a Bologna contro la Juventus di Torino per andare in serie B. Vincemmo e salimmo di categoria.
Quell’anno per me è indimenticabile perché dopo l’esperienza con la nazionale e dopo essere saliti in serie B, fui premiato dal sindaco di Verona, allora era Gozzi, con una medaglia come miglior giocatore di baseball. Era una giornata sportiva in cui si premiavano i migliori di ogni sport.
Qui chiudo e scusatemi se mi son dilungato troppo, ma volevo far capire quanto è stata bella ed emozionante questa esperienza.

Icio

Desidero buttar giù quattro righe, per fissare nero su bianco quei ricordi, emozioni, momenti che hanno caratterizzato la mia gioventù, e non solo, di fanatico appassionato e perdutamente innamorato del baseball. Desidero condividere con gli unici e VERI amici della mia vita, questo turbine di pensieri che affollano la mia zucca quando penso a quegli anni pioneristici di un’epoca felice. Desidero buttarli giù alla rinfusa man mano che mi si presentano, a volte personalissimi, non per protagonismo credetemi, a volte legati a persone con cui ho vissuto la grande avventura della mia vita.

Come non ricordare l’emozione ed il cuore gonfio d’ orgoglio nel pedalare verso casa, con stretta in un fagotto la mia prima vera divisa n° 13, con costernazione di mia madre super superstiziosa…e i primi rudimenti di bb sul campo di via Passo Buole con gli amici Scoiattoli, …e Davide Saoncelli che si ferma in bici e ci regala una decina di vere autentiche palle da bb?

Le trasferte erano un’avventura, soprattutto per noi giovani scapestrati, ma sono certo che anche i più compassati di noi ne godevano, mi riferisco a Tony Donini cassiere e fiduciario della Libertas, Gianni De Martini sempre in giacca e cravatta, Alberto Mally sempre composto, Elio Orsolato sempre affamato e così via.

In una Italia piena di entusiasmo e fiducia nel futuro noi eravamo una squadra d’assalto. Le lunghissime trasferte in Littorina, le trasferte in 600 Multipla, i pranzi al Dopolavoro Ferrovieri, ove qualcuno aveva il coraggio di lamentarsi pesantemente per la cottura del riso come se fosse abituato alla cucina del 12 Apostoli, la sosta su di un viadotto dell’ Autostrada del Sole, appena inaugurata, ammirando a bocca aperta la spettacolarità dei piloni altissimi e lo snodarsi del nastro tra i monti, l’apparizione improvvisa di una stupefacente Fontana di Trevi, il dormire al ritorno, sulle retine portabagagli, rientrare alle 6 di lunedì per presentarsi poi a scuola od al lavoro. Chi non ricorda il potere taumaturgico della SIFCAMINA usata in quantità industriali su muscoli indolenziti, strappi e contusioni?

Ricordo le scorribande, vestiti di lenzuola a mo’ di toga romana, tra i corridoi dell’Hotel Dragoni in piazza Colonna a Roma, con relativo discorso alla plebe dal balcone. (ho scoperto poi che lo stesso hotel fu teatro di un tentativo di attentato a Mussolini).

Ricordo lo stupore di scoprirsi a fine campionato, leggendo i bollettini dell’allora Fipab, come miglior “ladro” di basi, od in altra occasione, come l’autore del maggior numero di singoli, ma quello che veramente contava era l’appartenenza al “gruppo” ove ognuno con la propria individualità contribuiva al risultato.

Il primo allenatore che ci ha iniziato al vero bb è stato Gary Brundage, ex giocatore di triplo A, 25 anni e 5 figli, sorriso aperto e simpatia da tutti i pori, interbase nella squadra Setaf di Verona. Ci ha insegnato che non potevamo rubare una base quando ci girava, ma dovevamo attendere il segnale (concetto sconosciuto), come scivolare in base, il concetto di ” squeeze play ” e via discorrendo. Mi ha regalato la prima conchiglia (oggetto misterioso) quando ha scoperto che giocavo ricevitore senza. Noi squadra si faceva cerchio, alla base del ponte del Rialto, per permettere alla moglie di cambiare l’ultimo della nidiata e poi, via a S. Elena a giocarci la partita in un campo di fieno.

Poi è arrivata l’era di Mr. Geno Evangelisto (voi pensate pe’ giocà, resto spicci io), e “spicci io” rimase per sempre il nomignolo segreto che usavamo tra di noi. Non era un grande conoscitore di bb, ma ottimo organizzatore e personaggio introdotto negli ambienti che contano, la sua morte è stata un disastro per il movimento, si è vissuti ancora per un poco sulle ali dell’entusiasmo di un gruppo solido, ma poi dall’alto si è decretata cinicamente la fine di un bel sogno.

Un abbraccio AMICI cari dal vostro

Dario Feltrinelli

Condensare una ridda di ricordi legati ad un felice periodo della propria vita non è facile: vengono a galla in modo disordinato, difficile metterli in riga. Musica, sensazioni, amici, episodi, luoghi, che baraonda!

I primi jeans Lee, Wrangler, Rifles. I primi rock ‘n roll, “Rock around the clock” di Bill Haley, “Jailhause rock” del grande Elvis, Little Richard, Jerry Lee Lewis, i Platters.

Era il nostro modo di rompere con il mondo dei “grandi”, con il mondo dei Claudio Villa e Vola colomba, il modo pacifico d’ intraprendere la nostra rivolta generazionale.

Era il tempo di Lucky Strike, Pall Mall, Camel che all’apertura del pacchetto emanavano un aroma soave di mondo proibito. Il profumo del cuoio del guantone da baseball, la sensazione impagabile del coccolare tra le dita una pallina da baseball “horse hide cover” con le sue cuciture rosse. Spalding, Wilson, Rawlings, Adirondack nomi mitici.
 Era il tempo degli spettacolini per studenti alle Stimmate, con Alberto Mally che al contrabbasso accompagnava la superba Norma mentre cantava ” Bi-Bop-A-Lula.

Era il tempo delle festine nel salotto di genitori sfiniti dalle pressanti richieste, del vassoio di pasticcini comperato previa colletta, alla Gabbia D’Oro in piazza Erbe. 

Era anche il tempo delle partite tra squadre di americani di stanza in Europa, che valevano per noi quanto incontri di Major League, delle lattine di coca-cola per noi una novità.

Macchinoni americani bicolori giravano mischiandosi alle poche 500, 600 e Giardinette. Militari americani, sprizzanti salute da tutti i pori, divisa kaki perfetta, si mischiavano ai nostri poveri fantaccini in cappotti grigioverde troppo larghi e con un’orribile bustina con visiera che gridava vendetta.

Bene per me, per noi, tutto questo si può condensare in una parola: BOSCHETTO

Il nostro caro, mitico, unico campo da baseball vero, con il suo custode-giardiniere Romano (poi diventato vigile urbano, da cui la mia teoria sul “capel con visiera” che spiegherò in altro contesto).

Boschetto sede d’ incontri con Calzeverdi, Longbridge, Maglierie Ragno, GBC, Europhon, Pirelli, Alpina e via via la storia del baseball italiano. Boschetto con il pubblico assiepato lungo le linee di faul come nelle vecchie foto americane. Boschetto del fuoricampo di Nino de Martini al mitico Glorioso. Boschetto di Bill Cotton magnifico catcher e magnifica moglie. Boschetto dei lanci di Alberto Mally, Eddy Rizzati, Claudio Gaglio e Beppe Ronconi. Boschetto dei fuoricampo dei nostri Olga Bolden e Ronald Talley. Boschetto dove infine ci potevi andare anche con la morosa. E dici poco?

Dario Feltrinelli

Guardando queste due foto, pubblicate sul sito de EL GUANTON dal nostro caro amico Alberto Zambelli, mi vengono alla memoria i tempi della nostra prima squadra di baseball – gli Scoiattoli – di via Passo Buole in Borgo Trento. Viene ritratta una parte della nostra vita, mia e del mio grande amico Dario, in cui con passione e gioia cominciavamo a giocare a questo nostro bellissimo Sport. Dario diverrà uno dei giocatori più richiesti giocando così in diverse squadre di serie A. Ma in questo mio ricordo non sono tanto gli aspetti tecnici a prevalere, quanto invece i sentimenti del cuore.

Era la nostra giovinezza in gioco, le prime emozioni vere, sia con le ragazze sia con il gioco di squadra che sempre più ci legava in modo speciale. Non avevamo divise ufficiali e cappellini veri, la mia era stata fatta con le lenzuola da mia madre ed i cappellini rossi con la “S” in fronte, fatti a mano dalla nostra amica Jolanda. D’altra parte i ricordi sono anche un modo d’incontrarsi, rimangono limpidi in noi e sono l’unico paradiso dal quale non possiamo venir cacciati. Non esiste infatti separazione definitiva fino a quando c’è il ricordo. Spesso nella nostra vita non succede niente, i giorni passano in fretta senza lasciare traccia, ma il passato, o qualcosa del passato lo vorremmo anche nel presente ma purtroppo non c’è più. Il ricordo è poesia e penso che i ricordi siano le cose migliori della nostra vita.

Giuseppe Pernigo

Nessuno ha mai saputo del mio handicap. Solo a fine carriera il rag. Crippa, mio ex dirigente della squadra Pirelli, ne è venuto a conoscenza. Mi ha chiesto meravigliato : << Come hai fatto a fare il lanciatore ? >>.

Non ho avuto mai problemi, tranne nel controllo del corridore in prima base. Per risolverlo, ho dovuto inventarmi un sistema. Normalmente un lanciatore destro, controlla il corridore in prima base con la coda dell’occhio sinistro.

Io non potendolo fare, ho trovato una alternativa.

Nella posizione fissa, alzavo la gamba sinistra verso la terza base e poi con una rotazione continua finivo con un passo verso la prima base.

Il  corridore, pensando che dovessi lanciare a casa base, tentava la rubata e così si trovava “intrappolato ” tra la prima e la seconda base. E ne sono cascati parecchi, sia in Serie A-B e C !

Gli avversari chiamavano BALK (irregolare), ma tutti gli arbitri hanno sempre dichiarato regolare il movimento.

Concludendo, penso che nel mondo  del baseball, il mio sia un vero e proprio record: “unico pitcher con la vista da un solo occhio”.

Riccardo Rimini

Nel 1957 all’Arena di Milano è stata giocata, in Italia, la prima partita di Baseball in notturna tra una squadra di militari americani e una rappresentativa di giocatori delle squadre milanesi.

Ho lanciato tutta la partita.

L’Arena aveva una illuminazione per il calcio e altri sport, ma insufficiente per il gioco del baseball.

Sulle battute alte la pallina scompariva nel buio e questo costituiva grande difficoltà nelle prese al volo per gli esterni .

L’Arena si trova al centro del parco Sempione ricco di prati e alberi.

Per tutta la partita siamo stati assaliti da nuvole di zanzare attirate dal bianco delle divise e dal sudore dei giocatori. E’ stato un vero tormento!

Il nostro dirigente, rag. Crippa, aveva portato del DDT in polvere, ma i giocatori che se lo erano messo sul viso, hanno poi avute le sopracciglia bruciate.

Non ricordo il risultato della partita .

SQUALIFICA !

Nel campionato di Serie A del 1957, a Genova , ho preso la mia prima ed unica squalifica.

Ho sempre rispettato gli avversari, ma in quella partita sono stato provocato .

Il giocatore venezuelano del Genova, arrivando a casa base, ha fatto una scivolata.

Io avevo coperto la base, ma la palla è arrivata in ritardo ed allora non l’ho toccato . 

Lui, di proposito, con un calcione mi ha piantato gli spikes nel petto.

Per reazione l’ho afferrato per la caviglia e trascinato, con il sedere per terra, per un bel tratto del campo.

Quando l’ho lasciato, era furioso e ha tentato di aggredirmi, ma nel frattempo sono accorsi i miei compagni a fare barriera.

L’arbitro ci ha espulsi entrambi e fu così che venni squalificato!

4°Campionato Europeo di Baseball

Mannheim ( Germania )   7-13 luglio 1957

 

Per un atleta la Nazionale è un sogno.

La convocazione, il ritiro e l’incontro con i compagni e avversari  di tante partite, gli allenamenti e infine la selezione.

Poi la partenza per la sede del campionato.

Indimenticabile il “brivido” alla esecuzione dell’Inno  Nazionale, con le squadre schierate prima dell’inizio della partita.

 

Contro l’Olanda, Lachi indisposto viene rilevato da Malerba che a sua volta è sostituito da me al 7°inning.

La partita finisce 3 a 1 per l’Olanda.

L’Italia si classifica terza dopo l’Olanda e la Germania dell’Ovest.

Eravamo in quattro (proprio come i moschettieri) Fabio es, Dario ec, Nino ed e Gianni grande shortstop e battitore ( chi non ricorda un suo favoloso doppio al re dei lanciatori Giulio Glorioso ? ). Eravamo un po’ i burloni della squadra, si organizzavano scherzi spesso feroci, ai nostri compagni più “posati” ( vi ricordate la ciunga sotto la bistecca di Mario G. al Dopolavoro Ferrovieri di Trieste ? ), si era noi a scorazzare per i corridoi degli hotel paludati da antichi romani con buona pace degli altri ospiti.

A proposito di Gianni Anastasi mi rammento un episodio a testimonianza della grande amicizia che ci lega. Si era seduti davanti ad un risotto alla pilota da Mafaldo, la trattoria sotto la sede della Libertas dove ci si riuniva e, Gianni, mi confida che era stato contattato dalla GBC Inter di Giancarlo Mangini, perchè si trasferisse a Milano. Feci appello a tutto quello che mi veniva in mente, ma cosa più importante misi in tavola l’ amicizia. Come andò a finire…..?

Si continuò a giocare assieme. Grazie Gianni e…buon compleanno !

Nel 1954, al grest del “Domo”, la domenica pomeriggio, rigorosamente in 16 mm noleggiati dalla Edizione Paoline, venivano proiettati film per “tutti”. Uno di questi fu “Il ritorno del campione” con James Stewart e June Allyson girato nel 1949 e trattava la storia di un campione di lanci che, dopo aver perso una gamba, con dura volontà e con l’arto ortopedico, ritornava sul monte ai livelli di prima.

L’entusiasmo fu tale che formammo una squadretta di 13/15enni composta, oltre che dal sottoscritto, dai fratelli Mario e Claudio Gallio, Gianni Contato, Fabio Ambrosi ed altri. Se ben ricordo il nome era “Red Devils”.

Eravamo fieri di essere dello stesso quartiere degli storici giocatori pionieri della Bentegodi e della Libertas Franco Franchini, Loris Benato, Pierluigi Febe, Giuseppe Magagna, Sergio Valente, Gianni Vidali, ma, soprattutto, dell’italo-americano Quintiglio Casciani che guidava la squadra della Bentegodi, dopo l’uscita di Swaczy e che ci omaggiò di un guanto da prima base bucato per l’usura.

Contemporaneamente si era costituita la squadra del Valdonega con i fratelli Gianni e Antonio De Martini, Donini, i fratelli Elio e Mario Orsolato, Grigoletti ed altri.

Fino al 1959 ho giocato partitelle con il Valdonega ed altre squadre che via via si formavano. Solo nel 1959 e 1960 mi sono tesserato ed ho giocato in campionato con i Bassotti (vedi foto).

in alto a sx: Paolo Bigarello, Marco Mamone, …………….,Giorgio Danzi, Umberto Panarotto (Moro) – In basso a sx: Marco Lampronti, Del Greco, Enzo Passeroni, Gianni Anastasi

In quel periodo ero assorbito anche nell’attività natatoria a livello agonistico con la “Rari Nantes Bentegodi” e, a dir il vero, con modesti risultati. Il migliore, una medaglia di bronzo ad una Coppa Scarioni a Padova (200 metri rana).

Nel 1960, in qualità di “esperto”, sono entrato nel gruppo dei neofiti che si esercitavano nel campetto fra Via Nervesa e Via Passo Buole. Tanti di questi giocatori si sarebbero inseriti, negli anni a venire, nelle migliori squadre della nostra città. Fra questi Giorgio Brunello, Mario Dell’acqua, Giuseppe Pernigo, Dario Feltrinelli, Giuseppe Pellini, Federico Penso, Paolo Righetti, Eddy Rizzardi, Domenico Tommasi ed altri.

Proprio in quell’ambiente ho conosciuto mia moglie, che era molto meglio del Baseball,  e, per qualche anno, mi sono perso.

Nel 1969, una quindicina di diciottenni, fra cui mio cugino Aldo Miotto, mi hanno chiesto di costituire una squadra e far loro da allenatore. Un  solo campionato, ma molto intenso e non privo di successi. I giocatori: Alberto e Riccardo  Cavagna, Maurizio Spranzi, Aldo Miotto, Mauro Albertosi, Riccardo Graffigna, Loris Zoppi, Alberto e Diego Papa, Carlo Baiano, Raffaele Breoni. Sergio Tosi, Riccardo Rodegher, Gianni Grinati e Andrea D’Amato (vedi foto e articoli).

In quell’anno era nata anche mia figlia; avevo intrapreso l’attività del volo; tenevo, come si suol dire, famiglia e ho dovuto scegliere. Ho scelto il volo.

Dopo 40 anni, in occasione dei Campionati mondiali del 2009, giocati parzialmente a Verona, ho rivisto tanti amici e non ho potuto deluderli. Mi sono associato al Guanton.

Il resto è storia recente.

Oggi, 18 marzo, è stata proclamata la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid 19, una giornata dedicata al dolore e alla tristezza e, per noi, anche giornata della rabbia perché a causa della pandemia, il 30 dicembre, siamo rimasti orfani del “Beppe” Pernigo, co-fondatore della nostra Associazione e, da allora, ininterrottamente suo Presidente.

Prima dirigente di banca, poi Direttore della Fondazione Giorgio Zanotto e infine Docente presso l’Università di Verona è stato l’anima della nostra organizzazione.

Ideatore e animatore di numerose iniziative, per una delle quali ha ricevuto un personale compiacimento scritto da parte del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Il 22 gennaio gli amici mi anno designato a succedergli e di questo sono onorato e li ringrazio sentitamente.

Farò quanto nelle mie possibilità per continuare nella sua opera in un’ideale continuazione di una amicizia nata nel 1958.

Mi chiamo Riccardo Rimini e sono nato il 4 Agosto 1934 a Verona. Fino al 1946 ho abitato a San Rocco.
Sono l’ultimo sopravvissuto alla tragedia dello scoppio del Forte Castelletto del 13 Settembre 1943. La domenica del 12 si era sparsa la voce che il forte era stato abbandonato dai soldati e che la gente lo stava saccheggiando .Per la piazza c’era un andirivieni di carretti carichi di vario materiale proveniente dal forte, tra cui casse di legno e di zinco e tela di sacchi di lino bianco .
Io e gli amici, Flavio Bicego e Franco Brunelli, siamo partiti di corsa per vedere da vicino come era fatto un forte.Sul piazzale c’era parecchia gente e polvere da sparo sparsa ovunque per terra.
Erano quadratini contenuti in un sacco di lino bianco dentro un contenitore di zinco, questo a sua volta era in una cassa di legno di circa un metro di altezza.
La gente, dopo aver aperto il tutto, rovesciava la polvere per terra per prendere il resto del materiale. Noi abbiamo raccolto un po’ di quadratini di polvere da sparo e poi siamo ritornati a casa.
Lunedi? 13 al mattino continuava l’andirivieni di carretti.
Io e Franco abbiamo deciso di ritornare sul forte per entrare e vedere se c’era qualche cosa con cui giocar.
Il giorno prima era arrivato a San Rocco Mario Mariott , un ragazzino che con la sua famiglia era sfollato da Verona per paura dei bombardamenti. Era della nostra eta? e quando ha sentito che andavamo sul forte, si e? unito a noi .
Siamo partiti senza avvisare i nostri genitori .
Lungo la strada abbiamo incontrato i fratelli Peroni di ritorno dal forte con il carretto carico di materiale vario.
Hanno cercato di convincerci a non proseguire dicendo che era pericoloso perché sul forte c’erano i tedeschi che sparavano .
Volevano spaventarci .
Mario, il ragazzino che si era unito a noi, ha deciso di ritornare a casa mentre io e Franco, pensando che non era vero, abbiamo proseguito.
Arrivati sul piazzale abbiamo visto parecchia gente e la polvere da sparo ormai formava una montagnetta sul bordo dello spiazzo.
Di corsa abbiamo attraversato il ponte sul fossato e siamo entrati nel forte .
Appena dentro io ho girato a sinistra per un corridoio con una serie di stanzette senza porta ma con una finestrella che dava sul piazzale .
Al loro interno, lungo le pareti, erano impilate bombe fino al soffitto .
Franco intanto era sparito, cosi? io sono ritornato all’entrata .
Li? c’era pure una scala che portava al piano superiore; i gradini erano ricoperti dalla polvere da sparo.
Sono salito ” a gattoni “, perche? si scivolava . Sopra si apriva un gran salone tutto vuoto.
C’erano solo due uomini in fondo che litigavano per il possesso dell’ultima cassa di polvere.
Vista la situazione, sono sceso scivolando sui gradini ricoperti di polvere da sparo e sono uscito. Franco non l’ho piu? visto .
Passando sul ponte ho incontrato Benigno Bicego, il Podesta? del Comune di Rovere? e padre del mio amico Flavio. Incitava la gente ad andare via perche? la situazione era estremamente pericolosa.
Era mezzogiorno, mezzogiorno e qualcosa . Picchiava un forte sole e la gente, a quei tempi, aveva ai piedi scarponi o “sgalmare” con le “brocche” (chiodi di ferro fissi ai bordi delle suole di legno) . Sarebbe bastata una scintilla per accendere la polvere da sparo e provocare il disastro .
Alle spalle del Podesta? c’er
a Mario, il nostro compagno che al mattino era tornato a casa ma che poi ci aveva ripensato ed era ritornato al forte . Mi ha detto che entrava per vedere se trovava qualche cosa e che poi ci saremmo ritrovati all’esterno.
Sul piazzale ho trovato mio cugino, Rino Brunelli, che mi cercava perche? la mia mamma, Idelma Brunelli , avendo saputo che ero sul forte era molto preoccupata .

Aveva una cassa di legno vuota e mi ha invitato a prendere un po’ di polvere da sparo che sarebbe servita a fare le cartucce per cacciare . Poi mi ha detto di andare ad aspettarlo oltre il fossato verso San Rocco . La? c’era Franco seduto vicino a del materiale raccolto da suo cugino, Ilario Brunelli, che era andato in paese a prendere il carretto per il trasporto.

Franco era seduto a una decina di metri dall’angolo del fossato. All’interno c’erano due ragazze che giocavano . Sulla nostra sinistra partiva la stradina che scendeva verso San Rocco .
Un contadino stava tagliando degli alberelli alla nostra sinistra .
Ho fatto appena in tempo a sedermi, quando lo vediamo mollare tutto e scappare in discesa .

Gli abbiamo gridato : <<Perche? scapito ? >> . E lui ha risposto :<<Guarde? de drio ! >> . Ci siamo voltati: dal piazzale si alzavano fiamme altissime .
Abbiamo incominciato a correre, in discesa, verso San Rocco e subito il forte e? scoppiato . Prima il contadino e poi anch’io siamo stati spinti a terra dallo spostamento d’aria .

Franco era sparito .
Si sentivano fischi in aria e tonfi in terra .
Davanti a me c’erano dei cespugli . Ho pensato di andare a ripararmi ma prima che mi muovessi ho sentito un forte fischio ed e? arrivato un macigno proprio dove volevo andare .
Cosi? sono rimasto accovacciato con la testa chiusa tra le braccia .
Dopo qualche minuto tutto e? diventato buio e silenzioso .
Avevo nove anni e ho pensato di essere morto .
Poi e? cominciata una pioggia di terra !
Il cielo si e? schiarito .
Si sentivano voci e lamenti dei feriti .
Il terreno intorno era cosparso di sassi piccoli e grandi .
Dalla mia destra e? arrivato Franco e, camminando lungo la stradina abbiamo incontrato il campanaro di San Rocco e un ragazzo con una brutta ferita ad un braccio .
Sulla salita delle Mire ho visto la mia mamma che veniva avanti con Ilario .
Le sono corso incontro gridando :<<Mamma, mamma non mi sono fatto niente !>>.
Avevo paura che mi sgridasse .
Lei si e? inginocchiata in mezzo alla strada a ringraziare Dio perche? ero vivo .
Io e Franco avevamo tutta la schiena rossa di sangue, non sentivamo male ma eravamo stati colpiti da tanti sassolini.
Ci hanno accompagnati alla contrada Specula, dove in cucina ci hanno lavato .
Poco dopo sono arrivati altri feriti e una donna giovane che urlava : <<Mia sorella e? morta, mia sorella e? morta ! >>.
Sembrava impazzita .
La sorella era stata colpita da un macigno mentre stavano passando sulla provinciale sotto il forte . Siamo tornati a casa .
La mamma con altre persone e? ritornata al forte per cercare mio cugino Rino e per soccorrere i feriti.
Verso sera e? arrivato in piazza un camion con Claudio, un nostro compagno gravemente ferito . Lo portavano all’ospedale di Tregnago .
Il forte ha continuato a bruciare per tutta la notte con fiamme altissime .
Si diceva che fosse scoppiata la parte anteriore e che se fosse scoppiata anche la posteriore, il paese sarebbe stato gravemente danneggiato .
Cosi?, per paura, in tanti abbiamo passato la notte nell’orto del prete, luogo all’aperto, ritenuto sicuro.
Ricordo lo strazio della mamma di Mario, il ragazzino di Verona che al mattino era ritornato a San Rocco e che pochi minuti prima dello scoppio avevo incontrato sul ponte mentre entrava nel forte . Per parecchi giorni si sedeva sul gradino d’entrata di casa mia e quando passavo mi chiedeva se avevo visto dov’era andato .

Io non avevo il coraggio di dirle che era entrato nel forte e le dicevo che non sapevo dove fosse andato .
Purtroppo, le tre persone che conoscevo: mio cugino Rino, il podesta? Benigno Bicego e il compagno Mario, che avevo incontrato pochi minuti prima dello scoppio, non sono più state trovate.

Commenti recenti

1980 – 1990: anni di crescita e fusioni. Riappare la serie A. Mondiali a Verona.


Come ormai usuale, il nuovo balzo nasce da un momento di crisi. Nel 1979 parecchi lasciano il Mai Gomme Verona: qualcuno va, con Risi a Treviso e poi Padova, altri passano – come Paolo Castagnini a San Martino – alle nuove realtà della provincia. Il panorama si sfrangia per cristallizzarsi infine in quattro formazioni: il Mai Gomme che deve lottare in serie C; il Verona Baseball (Minotti Cucine) – sempre in C – dove confluiscono i “vecchi” di un tempo (a partire da Bigarello); la nuova realtà dell’Arsenal creata dal vulcanico Laerte Panarotto, fratello del citato “Moro”, ed iscritta al suo primo campionato di serie C ed il San Martino che sopravanza la città e giostra in serie cadetta.

Nel 1983, a Laerte Panarotto mago del baseball veronese degli anni Ottanta, un po’ pirata ed un po’ incantatore, comunque grande conoscitore di baseball, dal fiuto formidabile per scovare talenti, riesce, con la regia di Risi, rientrato a Verona dall’esperienza di San Martino, il grande colpo di fondere l’Arsenal con il San Paolo Vicenza. Non è impresa da poco, perché il Vicenza è squadra di A, accasatasi a Verona anche per la presenza del sontuoso Gavagnin che, dall’anno precedente, la notte si illumina a giorno con il nuovo impianto luminoso. Da questa fusione, passo passo, nascerà l’attuale Baseball Team Verona.

Nel frattempo, già nel ‘85, con la sponsorizzazione della Printeco, la nuova Arsenal è ormai tutta gialloblu e partecipa nuovamente, dopo oltre un decennio, alla serie A. Ritorna così il grande baseball a Verona. Las quadra, pilotata da Orizzi e da “Giaguaro” Miani, assieme al nucleo di Casarotto, Trivellin, Falzi, Guerra, Davì, Pistininzi e Wellesworth, allinea atleti dal grande futuro come i lanciatori Cabalisti, Carella e Wally Cossutta e gli interni dalla mazza esplosiva Alessandro Gaiardo e Stefano “Bull” Burlini. Nonostante un “roster” di assoluta qualità, con giovani che nell’immediato futuro sarebbero diventati i protagonisti del baseball nazionale (Cossutta, Gaiardo, Cabalisti, Carella) i risultati del 
quinquennio sono piuttosto altalenanti fra promozioni e retrocessioni. Non basta, durante la stagione esplodono contrasti in seno alla società; il consiglio direttivo se ne va lasciando solo il presidente Panarotto e a metà anno Laerte passa la mano, mentre subentra Radames Bonafini, uomo di punta dell’azienda Flower Gloves, portato al baseball da Flavio De Boni. La stagione si chiude con la retrocessione, ma sta per aprirsi il momento più radioso del club veronese.


Mai Gomme Baseball Club In Piedi: Commendator Mai, Risi (allenatore), Panarotto U., Michelazzo, Braggio, Manzotti, Tabarin, Bonato, Castagnini, Franzini, Manservigi (Presidente) Accosciati: De Togni, Gaspari, Mecenero, D’Aniello, Rizzini, Dellai, Bonanno, Obbole, Bagattini.


La fine degli anni Ottanta, nel frattempo, ha visto Verona protagonista di un avvenimento storico del baseball italiano. Nel 1988, il Gavagnin, assieme ad altri impianti nazionali, è stato sede di diverse partite dei Campionati Mondiali di Baseball. Dagli spalti mai così gremiti di appassionati, il pubblico ha la gioia di poter assistere ad un incontro della Nazionale azzurra e di poter ammirare la talentuosa giovanissima selezione Usa. E certamente l’eroe di quelle notti magiche 
del Gavagnin è Jim Abbott, formidabile lanciatore americano privo di un braccio. Alla faccia della menomazione, destreggiandosi in difesa con un’incredibile abilità di gioco di palla e guantone, spara i sui lanci ad oltre 90 miglia orarie, prostrando i battitori avversari e divenendo il beniamino del pubblico.


Minotti Cucine. In piedi: Graffigna, Olivieri, Bigarello, Anastasi G., Riccadonna, Battistoni, Checchetti, Osti, Albertosi, Manzotti. Seduti: **, Obbole, Dellai, Brunello, Zambelli, Tabarin, Benaglia, Vella, Baresi.

1991 – 1997: dal sogno tricolore al crollo.

L’avvento della Flower Gloves di Radames Bonafini a metà del 1990 apre dunque una nuova epoca. Un’organizzazione manageriale ed un generoso ed inedito budget trasformano il club; al Gavagnin approdano campioni del calibro di John Cortese, del formidabile pitcher americano Mike Kinnunen, del potentissimo battitore canadese Randy “Bum Bum” Curran, del talento in odore di azzurro Alessandro Gaiardo e si saldano ad un buon gruppo formato da 
Burlini, De Boni, Sartori, Guerra, Veronesi, Grillenzoni, Willy Manzotti, Carella. Dal San Martino, reso fecondo dalla passione lungimirante del Presidente Roncari, di Lucia Guerra e di Sergio Borsi, in quegli anni, grazie ad uno staff tecnico di prim’ordine, Chris Pedretti e Risi, arriva una ricca “nouvelle vague” di campioncini quali Dal Castello, Uderzo, il manager è Giaguaro Miani, coadiuvato da Giancarlo Manzotti e Maurizio Toffaletti. Il punto di riferimento della formazione in campo è John Cortese. Nato nel 1955 nel New Jersey, italianizzato, Cortese è già stato protagonista a Rimini e Grosseto, mietendo scudetti e creandosi un alone di rispetto. Minuto, ma splendido per visione di gioco, rapidità di scelta e pulizia tecnica, John diventerà l’allenatore in campo, la mente pensante in diamante del Flower.


1991 – Flower Gloves Baseball Team Verona In piedi: Bresaola, Carella, Kinnunen, Gaiardo, Burlini, Grillenzoni, Guerra, Uderzo, Curran, Edward Seduti: Miani, Sartori, Dal Castello, Meliori, Vinco, Veronesi, Cortese, Cocco, De Boni.


Nel 1991, dunque, questa squadra costruisce la più emozionante e splendida stagione del baseball veronese. Con Burlini che batte 374 di media e «Kino» Kinnunen che firma uno stratosferico 0,43 in Mpgl, Verona domina la serie A2, centra subito la promozione in Al e conquista il diritto di disputare i play off per lo scudetto assoluto. E qui accade l’incredibile. Libera da pressione psicologica e sempre più interprete di un baseball spettacolare e redditizio, nei play off la squadra prima si sbarazza della favoritissima Mediolanum Milano, quindi supera – con un’indimenticabile vittoria corsara in Toscana – il grande Grosseto e conquista la finale per il titolo con il Parma. I gialloblu sono la rivelazione dell’anno, televisione e stampa accorrono, il piccolo Davide è arrivato a s dare il grande Golia. Nell’imponente Europeo di Parma il sogno tricolore si infrange sulla forza spietata della compagine emiliana, ma la stagione segna un avvenimento storico.

L’anno successivo, con John Cortese, che è divenuto anche il manager della formazione, e sempre con gli apporti di Curran (372 di media battuta) e Kinnunen, (1,72 di Mpgl, dalla tecnica eccezionale tanto da essere il pitcher numero uno in Italia), Verona firma il suo record di A1 con quota 500, pareggiando vittorie e sconfitte e arrestandosi solo un passo prima dei play off. La città scaligera è or- mai una grande piazza nazionale, ottiene anche una mitica affermazione per 3 a 2 sulla nazionale cubana in tournè europea, ma, fulmine a ciel sereno, arriva la decisione del presidente Bonafini di “mollare” (novembre ’92).

Il colpo è duro, la squadra, che trova un supporto nell’Artimec, deve iscriversi alla serie A2, ma, ancora sull’onda di un ciclo dorato, con il venezuelano Linares sul monte e con Cortese che batte come un dannato (393 di media), ritrova subito la massima categoria. Il 1994 è un bell’anno di serie A1, ma il ciclo discendente ormai è cominciato. L’arrivo del poliedrico e bravo “Cavallo Pazzo” Danny Newman, il carisma di Cortese e la tenuta del nucleo storico consentono ancora due dignitose salvezze in Al.

La successiva stagione, quella del ‘97, con una rosa sbiadita ormai di talenti, arriva una drammatica retrocessione fatta di cinquantaquattro sconfitte su altrettanti incontri. E’ la fine di un ciclo e l’inizio di una discesa proseguita, purtroppo, anche l’anno successivo con la retrocessione dalla A2. Siamo giunti, così, al termine della parabola di questo periodo. La storia dei primi cinquant’anni di baseball veronese, però, ha mostrato come il movimento abbia sempre saputo rinascere come un’Araba Fenice dai suoi momenti più difficili. L’importante, con i suoi ciclici corsi e ricorsi, è che la storia continui.

Printeco In Piedi: Risi, Pavales, Cossutta, Casarotto, Roncari, Guerra, Tirri, Donà, Boifava, Orizzi, Panarotto L. Inginocchiati: Ongaro, Pistininzi, Sorini, Trevelin, Falzi, Bonomi, Veronesi, Cabalisti.

Dal 1965 al 1997

L’era del Gavagnin

Il periodo che va da ‘65 al ‘97, vede il consolidarsi del gioco in città e provincia. Anni di sfide con i mostri sacri Nettuno, Rimini, Grosseto e Parma. Sono gli anni del grande sogno, dello scudetto sfiorato, del fiorire di campioni.
Un sogno sfumato, una profonda regressione per una successiva rinascita.

Se i primi tre lustri dal ‘49 al ‘64 – che abbiamo raccontato nella prima parte, sono stati gli anni ruggenti e pionieristici del baseball veronese – quelli dei prati e del Boschetto, delle divise cucite dalle mogli e dei guantoni “sfilati” agli americani; quelli delle trasferte picaresche e dei primi talenti in azzurro; quelli dei mitici reportage del collega E.P. Costamagna e del dualismo Bentegodi e Libertas – il periodo che va dalla metà degli anni Sessanta sino alla fine degli anni ‘90 è segnato dal consolidarsi e dal diffondersi del gioco nella città e nella provincia. Non più sport di confine, il baseball matura in riva all’Adige e conquista i paesi del territorio. Sorge il tempio sportivo del Gavagnin e Verona entra nell’Olimpo del batti e corri nazionale, inaugurando anni di sfide con i mostri sacri di Nettuno, Rimini, Grosseto e Parma. Sono gli anni del grande sogno, dello scudetto sfiorato, dei budget sontuosi, del fiorire di campioni. La linea del baseball scaligero è però quella della parabola discendente, fino alla profonda regressione delle ultime stagioni del secolo, per trovare poi nuova linfa nella passione della ”vecchia guardia” che consentirà un grande recupero all’inizio degli anni 2000, di cui racconteremo nella 3a parte. Questo arcobaleno lo dividiamo in tre momenti, in tre tappe che consentono meglio di cavalcarlo e conoscerlo.

1965 – 1979: anni di B nel tempio del Gavagnin. Il baseball delle periferie e dei paesi.

Come dieci anni prima – con lo scioglimento della Bentegodi -, anche a metà degli anni Sessanta il baseball veronese deve rinascere da una sparizione: dopo che si era coperta di onore in serie A, svanisce la Libertas Bencini. La fine della gloriosa Libertas chiude l’epoca dei pionieri ed apre emblematicamente quella moderna.

Nel momento difficile le forze che rimangono si uniscono, nel 1966 divengono una sola squadra, la dinamica Banda Bassotti, fondata nel ‘56 e rinata nel Quartiere Stadio per merito di una pietra miliare del baseball veronese, Enrico Cavallo, ed il Verona Baseball Club, che aveva avuto i suoi natali nel ‘61. La formazione, il cui logo bianco rosso e blu è un ragazzino emulo dei rivali di Topolino che brandisce una mazza grossa come una clava, milita in serie B (l’odierna A2) con onesti risultati. L’anno dopo arriva la Prora di Chiampan a dare spessore alle ambizioni scaligere: la squadra si rafforza, diventa testimonial di un concorso fotografico nazionale sul baseball bandito dallo sponsor e culla sogni di gloria.

La rosa, d’altronde, allinea alcuni atleti formidabili. All’ombra dell’esperienza di atleti quali Umberto Panarotto, Gianni Anastasi, Mario e Claudio Gaglio, dell’ottimo americano Gaines (che l’anno dopo finirà, purtroppo, in Vietnam) e dal grande pitcher Riccardo Rimini (che proprio nel ‘67 vincerà la” palla d’argento” come miglior lanciatore della serie B), crescono i giovani talenti di Manzotti e Ronconi, ma soprattutto brilla la luce di Federico “Chicco” Corradini. Vale a dire di colui che probabilmente è stato il più grande campione veronese di baseball.


1967 – Prora In piedi: Rimini, Anastasi G., Corradini, Albertosi, Rigobello, Ricci, Dellai, Feltrinelli, Rizzati, Ambrosi F., Ambrosi C. (Presidente) – Accosciati: Manzotti, Tabarin, Panarotto U., Benini, Risi, Gallio M., Losa, Sig. Porta


Cresciuto in gialloblu, passato nel ‘69 all’Unipol Montenegro Bologna, Corradini esplode nei primi anni Settanta, vincendo tre scudetti con Bologna (nel ‘69, nel ‘72 e nel ‘74) ed imponendosi come il miglior lanciatore italiano. Più volte in nazionale, questo fortissimo mancino dai lanci imprendibili, già nel ‘72 vince la classifica degli strike out, con la bellezza di 214 eliminazioni al piatto. L’anno della consacrazione è, però, il 1974, Corradini – con la percentuale di 1.76 – è primo nella classifica della MPGL (della Media Punti Guadagnati sul Lanciatore, è primo nella classifica degli strike out ed è primo anche per il numero di vittorie (19) conquistate nella stagione. Primo, insomma, in tutte le classi che che riguardano i lanciatori; incoronato re del “monte” italiano.

Torniamo a Verona. Nonostante la qualità della rosa, la strada è sempre un po› accidentata. Nel 68 la Prora molla e l’anno dopo i Bassotti se ne tornano per conto loro ripartendo dalla serie C.


 Il bozzetto originale dell stemma del ProraVeronaBaseballClub del1967


A guidarli è Gian Paolo Bigarello, rientrato dal Cus Genova, che, in quegli anni diviene uno dei tecnici più affermati in Italia: giunge, infatti, a guidare la Nazionale Giovanile e darà giustamente spazio anche a diverse promesse scaligere, a cominciare da Giuseppe Ronconi.

A partire dagli anni ‘70, comunque, il baseball Veronese giostrerà più o meno sempre all’altezza della serie B (l’odierna A2), rafforzando la sua identità di piazza di discreto livello.

Nel panorama della storia agonistica di questo periodo spicca, fra gli altri, l’anno 1972. Una stagione memorabile, assieme, per bellezza e delusione. Verona – divenuta nel frattempo C.U.S. (Centro Universitario Sportivo) – gioca un grande campionato cadetto guidata alla sua prima apparizione come manager, da Luciano Risi, che sarà negli a venire il punto di riferimento tecnico del Baseball veneto. I suoi giocatori sono ai primi posti delle classifiche individuali, batte due volte il fortissimo Rimini, ma, beffata da due sconfitte contro l’Alpina Trieste e l’Edipem Roma, perde la promozione nella massima serie, bruciata sul filo di lana proprio da Roma e da quel Rimini cosi nettamente superato.

Giancarlo Manzotti, con 381/1000 di media, conquista la “mazza d’argento”, vale a dire il trofeo di miglior battitore dalla serie B, ed è il miglior terza base d’Italia, ma anche Dal Fiume, Rigobello, D’Aniello, Casarotti, Benini e U. Panarotto sono al vertice degli score difensivi nazionali. E non vanno dimenticate le performances sul monte di lancio del longevo talento di Riccardo Rimini e del giovane Giuseppe Ronconi. E anzi proprio Ronconi sarà il primo giocatore ceduto per denaro del Verona, quello stesso anno passa a Bologna per la cifra di un milione e duecentomila lire. Per compensare la sua assenza, l’anno dopo, viene deciso il primo acquisto della società scaligera: viene infatti acquistato un lanciatore dal Padova, quel giovane “Bobo Tommasin” che nel 2013, in qualità di Presidente, porterà il Padova di serie A2 a vincere il campionato.

Il 1971 è un anno importante anche per un altro avvenimento: la costruzione e l’utilizzo del nuovo diamante intitolato a Mario Gavagnin. Le misure (98-191-98), le gradinate ed il magnifico manto erboso lo rendono uno degli impianti più belli e prestigiosi d’Italia. Verona ha il suo tempio del baseball e, come vedremo, a diciassette anni di distanza incasserà il suo credito verso il movimento nazionale per questo sforzo.

1972- C.U.S.Verona In piedi: Daniello, Paiola, Benini, Ricci, Panarotto U., Casarotti, Lampronti, Inginocchiati: Risi, Ronconi, Bigarello, Idini, Dal Fiume, Vella, Manzotti.

Nelle annate successive il baseball veronese si irrobustisce per la fusione con il Mai Gomme di Amedeo Braggio e nel ‘78 aggancia anche la serie A, anche se la presenza di un girone di Eccellenza la equipara ad una categoria cadetta. Nella squadra, oltre a Ronconi e Manzotti, spiccano, per vari motivi, almeno altri tre atleti, quali Paolo Michelazzo, Charly Casarotti e Gabriele Lonardi. Michelazzo è stato, nel 1974, il primo fuoricampista veronese del Gavagnin mentre Lonardi si distingue per un gesto extra-sportivo: con una bella carriera davanti, lascia tutto e va a fare il medico volontario ed il direttore sanitario in Brasile, dove non c’erano campi da baseball ma un sacco di gente da aiutare.

Questo primo e ricco periodo dell’era moderna del baseball scaligero va segnalato, infine, per un altro fenomeno: quello della diffusione, a macchia d’olio, nel territorio veronese. Già alla fine degli anni Sessanta la passione della pallina americana aveva contagiato i quartieri e le periferie cittadine. Non c’era rione che non avesse una squadra; anche se spesso il diamante era un pezzo di prato o di campetto da calcio, la mazza unica e preziosa e la pallina spesso da tennis. Se nelle cantine e nei garage spuntavano complessini “beat”, sui campetti si rincorrevano le basi. Qualche squadra lascia anche un segno più profondo, come la Fiamma (poi Jolly ed infine Black Feet di Adelino Mazzi) al Porto San Pancrazio, o gli Scoiattoli a Borgo Trento, o il Parona, che parteciperà ai campionati di C e D. Ed entro la metà degli anni Settanta il baseball conquista anche la provincia. San Martino Buon Albergo, dove ha seminato il professor Amedeo Braggio, nel futuro diventerà una solida realtà e la più ricca fucina di talenti, ma squadre nascono anche a Lazise, Pastrengo e perfino a San Giovanni Ilarione, oltre alle più concrete realtà di Villafranca e San Bonifacio nate per l’impegno degli insegnanti di educazione fisica professori Bissa e Ferrari; un discorso a parte merita lo straordinario percorso nel Softball a Bussolengo1. Il baseball veronese negli anni Novanta sfiorerà lo scudetto, ma non conoscerà più una fioritura spontanea ricca e bella come questa.


1972 – Fiamma In piedi: Castagnini M., Tonini, Fresno, Spranzi, **, De Marchi, Gaglio M. Inginocchiati: Dellai, Zoppi, Bagattini, Vella, Gaspari.

 

Torneo Scolastico Provinciale 2026

Questa è la locandina ufficiale del Torneo.

Grazie a tutti i vecchi giocatori di Baseball di Verona che si sono offerti come Arbitri, Suggeritori, Assistenti, Segnapunti.

Sono stati preparati 4 campi e si si sono effettuate 14 partite

Le scuole sono state fornite di tutto il materiale necessario come Guanti, Mazze, Palle, Caschetti, Reti, ecc.

Il Torneo si è svolto nei Campi di Parona “CUS Verona” Via della Diga, 37124 Verona VR

https://maps.app.goo.gl/oRTft7cm8Q1wYMzz7

Il Torneo Scolastico Provinciale di Baseball si è svolto Giovedì 28 Maggio ed è stato organizzato da EL GUANTON e CUS VERONA. Nella locandina sono indicati i 6 Istituti dove i nostri Tecnici hanno svolto la preparazione:

Braggio Francesco Amedeo, Ferrari Silvio, Zambon Carlo

aiutati da: Accorti Giuliano, Lonardoni Sergio e Alberto Zambelli Rain

RISULTATI TORNEO

Torneo a 2 Gironi:

Le prime classificate nei Gironi A e B hanno avuto accesso alle finali 1° 2°:

Le seconde classificate nei Gironi A e B hanno avuto accesso alle finali 3° 4°

Le squadre perdenti hanno giocato nei campi liberi.

Regole approvate

Lanciatore

1.   Il lanciatore può essere un tecnico o l’insegnante delle rispettive scuole.

2.   La scuola può designare un alunno come lanciatore

3.   Su palla persa del ricevitore i corridori guadagnano una base

4.   Su fuoricampo interno al massimo due basi

5.   Ogni squadra può realizzare al massimo quattro punti per Inning

6. Su palla presa al volo gli eventuali occupanti delle basi devono rimanere al loro posto

Durata Partite.

(Avvisare quando mancano 10 min. alla fine partita)

30 minuti o cinque riprese 

Il fronte e retro delle medaglie consegnate a tutti i ragazzi e ragazze che hanno partecipato al Torneo dall’associazione “Gruppo Sportivi Veterani Veronesi” nata nel 1922

Chi Siamo

EL GUANTON è una associazione sportiva veronese, nata nel 2001, che raggruppa giocatori di Baseball di Verona appartenenti a diverse squadre dal dopo guerra fino ad oggi: dalle serie A, B, C e amatori di questo straordinario sport. Ne fanno parte anche diversi ex Nazionali Italiani.

Nonostante l’età giocano ancora e riescono a divertire ed emozionare il pubblico appassionato del Baseball e del Softball. Sono sport che possono essere giocati anche oltre i 60 e 70 anni di età. Lo scopo principale è quello di ritrovarsi fra vecchi amici anche se in passato possono essere stati avversari in squadre diverse.

L’intento è però quello di promuovere questo meraviglioso sport attraverso le scuole elementari, medie e superiori Veronesi e di valorizzare gli ideali di lealtà sportiva, rispetto dell’avversario, sana competizione, spirito di squadra e di appartenenza.

I ragazzi e le ragazze che crescono nell’insegnamento di questo sport possono partecipare ai giochi della gioventù e potranno in futuro aspirare a giocare in una delle squadre cittadine come tesserati alla Federazione Italiana Baseball Softball (F.I.B.S.).